Pubblichiamo volentieri la testimonianza che ci ha trasmesso il L. Molani. Anche se in questo caso la testimonianza è più un ricordo, un ricordo felice di una persona molto vicina.

RICORDO DI DON ULISSE

Ricordare don Ulisse è per me sempre piacevole; lo è ancora di più quando condivido il suo ricordo con altri. Ho incontrato don Ulisse la prima volta nel 1964 al campo scuola di Salter in val di Non: io ero un ragazzino e lui, appena consacrato sacerdote, aveva un mucchio di capelli. Da allora ci siamo sempre frequentati sino alla fine, quando è toccato a me comunicargli la gravità della sua malattia. Pertanto io conservo tanti ricordi, molti belli ma alcuni spiacevoli. Con lui ho giocato a pallone, fatto gite, ho sciato, mangiato, discusso, litigato ( proverbiali le sue coloratissime imprecazioni) ascoltato innumerevoli omelie e commenti delle sacre scritture, pregato. E' stato il mio confessore per più di venti anni. A metà degli anni sessanta, prima di andare a scuola, mi fermavo in S. Andrea, dove lui era curato, e lo trovavo nella penultima cappella di destra; lì si pregava assieme e si recitavano le lodi. Quando mi sorprendeva ad accendere una candela propiziatoria per una interrogazione, mi prendeva in giro, apostrofandomi:studentello semi ateo, con propensioni già da anziana signora”. La preghiera di richiesta, mi insegnava, è molto importante, ma avviene dopo...prima bisogna andare a “bottega” da Gesù! Prima bisogna fare una preghiera che cerca il Signore, non le cose che il Signore ci deve dare. Un insegnamento che ripeterà spesso nelle sue omelie, riflessioni sulla sacra scrittura e confessioni. Fin da allora l' ho sentito ripetere spesso: “chi è per te, per me Gesù? La mia sera con chi fa i conti?” Altro aspetto importante riguarda la comunità: è la comunità fondata su Cristo, la chiesa che professa e vive nel tempo l' atto di fede in Cristo. Il vero cammino di fede giunge a completezza all' interno della comunità.Fare comunione” dovrebbe significare che sono d' accordo con Cristo, che lo assimilo e mi lascio trasformare dal Suo venire in me, che tra me e Lui non si frappongono divisioni volontariamente accettate, che c'è cammino verso una perfetta   identità. Dobbiamo pregare molto insieme con sincerità, perchè il Cristo che preghiamo non sia un Cristo “detto” ma un Cristo che testimoniamo. A proposito di testimonianza, ripeteva spesso che essa nasce dal prendere sul serio l' incontro con Cristo. La qualità della testimonianza non è mai legata alla sottigliezza dei ragionamenti. Una persona testimonia non le cose che capisce, ma le cose in cui crede, testimonia un incontro, non dei volumi. Ricordo un episodio occorso nel 1992: l' anno precedente l' Italia era stata meta di tanti albanesi clandestini che cercavano da noi un futuro migliore, scappando dagli esiti infausti di oltre 40 anni di dittatura. La situazione socio economica in quel paese era disastrosa. La Caritas italiana promosse allora l' invio di persone in Albania al fine di aiutare in vario modo la popolazione. Don Ulisse propose a me di andare per verificare se fosse stato possibile un contatto con un luogo e con le persone. Ciò , mi disse, con lo scopo che avesse un ritorno nella nostra comunità di S. Pio. Così avvenne e, se penso che a tutt' oggi alcune persone di S.Pio vanno ogni anno a far visita alle suore di Fushe Mamurras che io incontrai la prima volta nel 1992, e che ancora oggi alcune famiglie di Mantova mantengono una adozione a distanza a favore di bambini di laggiù, le parole di don Ulisse mi sembrano profetiche. Un' altra preziosa esperienza fatta con don Ulisse riguarda l' ascolto della musica. Ho cominciato ad ascoltare musica guidata da lui già negli anni settanta, quando egli animava gruppi giovanili privilegiando temi di spiritualità cristiana soprattutto in rapporto alla cultura contemporanea. Per introdurre tali temi, egli si serviva di canzoni di autori allora in voga (Battisti, Celentano, Beatles,ecc,). Negli anni ottanta in S. Pio poi era consuetudine ascoltare nel suo studio musica classica e successivamente anche in S. Andrea, si formò un gruppo di musicofili che mensilmente si riuniva per ascoltare musica accompagnata dai suoi arguti commenti. L' ultima volta che ci incontrammo avvenne poco prima di Pasqua 2013. Quella sera propose l' ascolto di una cantata di Bach: Actus tragicus che è dedicata alla morte e il corale ad un certo punto dice: La morte è il nostro sonno nella pace”. Don Ulisse commentò questo passo dicendo che Bach da grande teologo si riferiva al brano evangelico della resurrezione di Lazzaro   quando Gesù dice ai suoi discepoli: “Il nostro amico Lazzaro si è addormentato, ma io vado a svegliarlo” e poi continua: “ coloro che sono morti sono quelli che semplicemente sono addormentati”. Questi concetti sono poi ripresi anche dalla liturgia, quando il celebrante dice: “Ricordati Signore dei nostri defunti che si sono addormentati nella speranza della resurrezione”. Terminò citando il salmo 130: “ Io non ho pensato cose grandi, più grandi di me, ma come un bimbo svezzato in braccio a sua madre mi sono addormentato”. Io conoscevo la condizione di salute di don Ulisse: a due mesi dalla diagnosi erano ripresi i dolori addominali; gli esami bioumorali e strumentali evidenziavano progressione della malattia. Pertanto per me quella sera fu molto triste, le sue parole mi parvero come un testamento spirituale. Ma a distanza di tempo, credo che don Ulisse là dove è andato, sia stato accolto in un abbraccio, quello di Dio nel quale ha sempre creduto e al quale si è sempre affidato.

 

Luigi Molani