Ci è stato segnalato dal socio Cigna Giuseppe che per il secondo anniversario della scomparsa di Don Ulisse, nella Chiesa di San Pio X, in Mantova, si sono svolte due messe di commemorazione, molto partecipate. In tale occasione è stato distribuito un breve, ma intenso foglio a 2 facce contenente uno stralcio, selezionato personalmente da don Riccardo, dal libro di Ulisse "E per voi chi sono io?". Anche se non si tratta di una testimonianza vera e propria mi sembra significativo, programmatico e istruttivo, pur condensato in un breve spazio richiamare e riportare tale stralcio: un ricordo.

DECIFRARE GESÚ

Gesù il Cristo non sopporta che si parli di lui se non si è già risposto, dentro di sé, a questa domanda: chi sei tu, Gesù, per me? Il rischio infatti e di ridurlo ad un'ideologia, ad una serie di verità da mandare tranquillamente a memoria, e su cui essere perfino molto esigenti per gli altri, senza essere personalmente interpellati e messi in questione. In sostanza può annunciare Gesù solo chi lo ha incontrato personalmente. Chi lo "sa" e basta, anche se ne parla, forse non lo annuncia. Da ciò nasce un drammatico interrogativo, mai risolto una volta per tutte. In rapporto a Gesù il Cristo o ci si pone come servitori di una "buona notizia" che ci riguarda, oppure ci si pone come ostacolo all'evidenza della sua presenza. Deve essere sempre chiaro — nella necessità di parlarne e senza sottrarsi a questa urgenza — che Gesù non può essere contenuto tutto intero nelle parole che diciamo di lui, anche se sono parole teologiche. Non sta racchiuso nei contenuti che abbiamo appreso su di lui; i nostri strumenti culturali non ne colgono tutta la grandezza. Poiché se non siamo sulla sua lunghezza d'onda, lo catturiamo sulle nostre domande, senza consentirgli di farci lui le domande. Anche nelle nostre chiese, nelle nostre omelie, nelle nostre catechesi, nelle nostre esperienze, mostriamo spesso un Cristo amputato. Tagliamo ciò che non comprendiamo, banalizziamo ciò che ci supera, ci adattiamo allo spirito del tempo, entrando in collisione con la sua persona e il suo messaggio, ritenuti intollerabili. Sto pensando precisamente a noi, credenti e praticanti, che pensiamo di avere alla base della nostra esperienza un Cristo "raggiunto", pur riconoscendo che manchiamo di coerenza e ci consentiamo qualche sconto. Gesù non è un tranquillo possesso, quasi l'avessimo dietro le spalle, già raggiunto. Gesù il Cristo, non sta dietro le spalle di nessuno, sta sempre oltre, avanti. Sta di fronte al nostro volto e ci interpella, chiedendo ancora a noi, come una volta ai suoi discepoli: «Voi chi dite che io sia?». Gesù ha delle pretese, traccia confini, non ammette neutralità: o con me o contro di me. Tutto questo è fastidioso, crea disagio, genera sospetto e ripulsa. Oggi, pur essendo credenti, esprimiamo un'appartenenza parziale, alimentiamo distinguo, a partire dai quali possiamo "anche" dirci cristiani. In questa frantumazione, la scelta di campo si fatta molto labile. E un modo di pensare che ci portiamo addosso anche senza volerlo; lo respiriamo, ed e diventato nostro. Reagiamo ad ogni tentativo di essere catalogati sotto qualsiasi etichetta, specialmente quelle troppo chiare, troppo univoche. Non intendiamo affidare la nostra identità personale e morale, ad un unico ambiente mentale, culturale, religioso, ad un'unica verità. Quali sono le sensibilità che entrano in rotta di collisione con l'esigente centralità. di Gesù? Per quanto possa risultare sorprendente, anche talune prime presentazioni catechistiche possono impedire un vero incontro con Gesù. Un Gesù bloccato alla dimensione infantile non può suscitare un vero interesse in un adulto d'inizio terzo millennio. Un Gesù orecchiato sull'onda dei vecchi ricordi, come potrà essere realisticamente un criterio di vita? Di fronte agli slogan dell'autenticità, del diritto di essere se stessi, dell'etica della spontaneità, del sentimento come indicazione di verità, come sarò in grado di reggere "cristianamente" un cristiano senza Cristo? Come potrà essere accolto un Gesù che ci spiazza con la chiarezza dei suoi gesti e la forza della sua chiamata? Prendiamo in considerazione un altro atteggiamento, che sembra offrire oggi chiave di senso a molte vite: la cosiddetta "autorealizzazione". Ci chiediamo: è possibile vivere solo esperienze soddisfacenti? Ormai non si invecchia più: con risibile eufemismo dichiariamo di passare dalla terza alla quarta età, come le marce delle autovetture. Gentili signore ottuagenarie rifiutano di socializzare con i loro coetanei per non stare insieme ai "vecchi". Un determinato uso ideologico e scientista della medicina promette "immortalitò" o comunque illude che la vita sia un processo di cui siamo i padroni. La morte è esorcizzata: quando il nonno muore raccontiamo ai bambini che e approdato in un luogo non meglio identificato, oltre le nubi (ma non si tratta del paradiso) Questo formidabile desiderio di gratificazione e l'irrinunciabile narcisismo autoreferenziale, ad esso sotteso, in che modo si confronterà con un Gesù che sembra essere perdente? Un altro grande slogan riguarda la "qualità della vita". Vi soggiace, dobbiamo ammetterlo, un motivato e corretto richiamo alla dignità di ogni persona. Ma la vulgata dominante di questa giusta intuizione, fatta ad orecchio, e spesso acriticamente recepita dai più, coglie tutt'altro: il diritto di avere tutto e subito, al minor costo possibile e, soprattutto, senza ricaduta di responsabilità personali. I nostri genitori e i nostri nonni dovrebbero essere molto arrabbiati, perche imbrogliati e defraudati. Cosa vuol dire vivere, sempre e tutto, in pienezza? Quale pienezza? La pienezza di un consumismo che rincorre "bisogni" indotti e manipolati? Recuperare essenzialità, oggi, e ancora possibile? Quando Gesù — come al giovane ricco — ci segnala l'unica cosa necessaria, come non ci sembrerà una fastidiosa insidia al nostro desiderio di felicità, se cerchiamo la "pienezza" in un turbinio di cose, esperienze, situazioni, sensazioni "non necessarie"? Come non potrò apparirci seccatura, piuttosto che "bella notizia", il Vangelo? Come corrisponderemo al messaggio in esso racchiuso? L'impatto con Gesù non si lega al "non sapere" socratico, o alla "fuga dal desiderio" verso i nirvana, ma al riconoscimento che ogni domanda che sorge dentro il nostro cuore e già compresa nella sua proposta. Questi è il Cristo, che consegna ad ognuno la dignità del proprio percorso personale. Egli getta la luce in confini che ad altri possono risultare intollerabili. «Da Nazareth può venire qualcosa di buono?». disse Natanaele di Cana di Galilea. Poi incontro Gesù, ribaltando radicalmente la prospettiva nella quale situava la propria percezione di se e degli altri (Gv 1, 43-51). A quest'uomo diffidente Gesù rivela di conoscerlo e di sapere che cosa egli pensava mentre era sotto il fico, accogliendo il senso profondo della sua ricerca. Come se gli dicesse: “Quello che tu chiedi a te stesso e alla vita è qui davanti a te”. Gesù fu "buona notizia", Vangelo, proprio perché non fu un uomo normativo, non definì i problemi dell'uomo, ma illuminò l'uomo nella sua concretezza esistenziale. Prese Natanaele da sotto il fico, con i suoi pensieri e la sua ricerca, conducendolo fino alla piena maturazione di sé. I suoi pensieri ed il suo percorso, non i pensieri e il percorso di Giovanni, di Pietro, di Giacomo. Qui non c'e una chiamata universale che comprima tutti su un minimo comune denominatore; qui c'e una chiamata che genera l'incontro tra la timida luce iniziale della domanda e il bagliore di una risposta totalizzante. Persino ciò che e errore e peccato è illuminato da questa luce: Gesù e la luce.  
"In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. (Gv1, 4-5-9)"

da: “E per voi, chi sono io?”, 2009

   

Veni Gesù nelle fasce, non nelle lacrime, nell'umiltà, non nella grandezza;nella mangiatoia, non nelle nubi del cielo. Fra le braccia di tua madre, non sul trono della tua maestà; sull'asina e non sui cherubini;verso di noi, non contro di noi; Per salvare, non per giudicare; per stare nella pace, non per condannare nel furore.Se vieni così, Gesù, invece di sfuggirti, noi fuggiremo verso di te.

Pietro di Celle, monaco benedettino, vescovo — c. 1147-1183